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La rivoluzione digitale sta significativamente influenzando il modo in cui viviamo, pensiamo e interagiamo con gli altri. L’impatto sulla società, a ogni livello, è dirompente per la velocità e la convergenza delle differenti tecnologie che amplificano in maniera esponenziale l’intensità di elaborazione dei processi e la portata delle capacità umane, come mai accaduto in precedenza e con una gamma di possibilità indefinite e imprevedibili.

La velocità di generazione dei dati e il volume dei flussi continui si combinano con la potenza di calcolo degli algoritmi e, più in generale, con le applicazioni dell’intelligenza artificiale, capaci di raccogliere, elaborare e analizzare le informazioni personali, per la costruzione di “profilazioni” degli utenti e la creazione, sempre più raffinata, di identità digitali, con forti condizionamenti delle scelte degli individui in ambito sociale, politico ed economico.

In tale contesto, c’è chi sostiene che siamo entrati nella nuova fase del capitalismo di sorveglianza, se non nell’era dell’hackeraggio degli esseri umani.

La concentrazione oligopolistica dell’enorme potere di mercato dei Big Data ha del tutto ridisegnato la geografia dei poteri, i rapporti tra pubblico e privato, tra Stato e individuo, fino a rendere (almeno astrattamente) possibile l’instaurazione di dittature digitali in cui tutto il potere sarebbe (è già?) concentrato nelle mani di pochi.

Sotto altro profilo, il paradigma tecnologico, guidato dagli Stati Uniti, favorisce l’ingresso di nuove potenze come la Cina, l’India e la Russia, mentre l’Europa, divisa al suo interno, rischia di perdere competitività nella prospettiva del mercato unico digitale e della costruzione di un polo europeo della tecnologia e degli investimenti. 

Peraltro, questi sistemi tecnologici pongono sfide regolamentari che rischiano di mettere in discussione il sistema delle libertà e dei diritti fondamentali, garantiti dalle Costituzioni e dai trattati internazionali. E’ necessario dotarsi di una governance multilivello, nell’ambito di una cooperazione di tutti gli stakeholder, ivi inclusi governi, organizzazioni internazionali e autorità di settore.

La crisi della democrazia liberale non si gioca solo nei parlamenti e nelle cabine elettorali ma anche nei neuroni e nelle sinapsi del nostro cervello” (Yuval Noah Harari, 21 Lezioni per il XXI secolo, Saggi Bompiani).